Il brasiliano Julinho è stato il primo grande campione nella storia della Fiorentina. Protagonista assoluto nel primo Scudetto conquistato dalla Viola, ha fatto innamorare i tifosi grazie a una classe sconfinata prima di tornare bruscamente in Brasile. Soltanto anni dopo si sarebbe scoperto che l’amore di Firenze era assolutamente, totalmente, ricambiato.
Un’ala può arrivare a Julinho, non oltre.
Fulvio Bernardini, suo allenatore alla Fiorentina
Nella sua lunga carriera, che lo aveva visto affermarsi come uno dei più grandi centromediani dell’epoca – escluso dalla Nazionale di Pozzo due volte mondiale solo perché “troppo bravo” – Fulvio Bernardini di fenomenali esterni d’attacco ne aveva visti, basti pensare a nomi come “Mumo” Orsi o Carlo Reguzzoni. Nessuno però superiore a Júlio Botelho, Julinho, il campione brasiliano che il buon Fuffo indicò ai dirigenti del club che stava allenando, la Fiorentina, nell’estate del 1955.
Stella assoluta della Portuguesa, titolare inamovibile nel Brasile che si era arreso ai Mondiali del 1954 soltanto alla Grande Ungheria di Ferenc Puskás – al termine di una sfida talmente dura e violenta da passare alla storia calcistica come “la battaglia di Berna” – era forse impensabile che un calciatore di tale, enorme, caratura potesse arrivare a vestire la maglia viola.
Julinho: dal Brasile a Firenze
Invece Julinho, nella sorpresa generale, arrivò in riva all’Arno nell’estate del 1955. 26 anni, nel pieno della maturità, questo brasiliano dallo sguardo triste e che portava i baffi alla Clark Gable l’Italia l’aveva già sfiorata quattro anni prima, quando l’Inter era sembrata sul punto di prenderlo durante una tournée europea della Portuguesa.
Il colpo mancato dai nerazzurri riuscì alla Fiorentina: il presidente viola Befani sborsò la bellezza di 60 milioni di lire (40 alla Portuguesa e 20 al giocatore) e riuscì ad accaparrarsi un campione rinomato, punto fermo del Brasile e che alla Portuguesa aveva messo a segno oltre 100 reti in poco meno di 200 partite.
Nel 1955 tutti ormai sapevano che Júlio Botelho, in arte (e che arte!) Julinho, fosse un campione: non erano tanto i gol a parlare, uno score comunque notevole considerando il ruolo ricoperto in campo, quanto la classe sconfinata che gli permetteva di fare letteralmente quello che voleva una volta ricevuto il pallone.
Rapido di gambe quanto nella giocata, dotato di un tiro micidiale così come di un controllo di palla che in pochi avevano mai visto prima, Julinho incantava per eleganza e compostezza, non reagendo mai ai numerosi calci che riceveva nel corso dei 90 minuti da parte di giocatori incapaci di fermarne l’avanzata in qualsiasi altro modo.
Stella assoluta del Brasile prima di Pelé
Prima di Pelé e Garrincha, come detto, fu uno dei cardini del Brasile che aveva tentato di rialzarsi dopo la tremenda disfatta del 1950, il Maracanaço che aveva rischiato di uccidere la passione di un popolo per un gioco, il futebol, in cui si sentiva indiscutibilmente maestro.
Nel 1954 il Brasile aveva tentato immediatamente di rialzarsi, un sogno che si sarebbe potuto realizzare se solo la sfida contro l’Ungheria fosse andata in altro modo: i verde-oro erano usciti sconfitti 4-2, ma Julinho la sua parte l’aveva fatta, segnando un gran bel goal e soprattutto non partecipando alla rissa che era esplosa immediatamente dopo il fischio finale tra le due squadre.

Uomo di una correttezza esemplare, campione straordinario, con Julinho in squadra i tifosi della Fiorentina capirono che per la prima volta era davvero possibile sognare in grande.
L’impatto devastante con la Serie A
L’asso brasiliano sfornò da subito prestazioni eccezionali in serie, diventando la stella principale di una squadra che centrò, nella sorpresa generale e più che meritatamente, il primo Scudetto della sua storia, il primo assegnato ad un club a sud dell’Appennino.
A questa vittoria Julinho contribuì con appena 6 reti ma distinguendosi con le decine di assist che recapitò ai compagni di reparto, l’italo-argentino Montuori e “Pecos Bill” Virgili.
Lo schema era sempre lo stesso, semplice quanto inarrestabile: Julinho prendeva palla sulla fascia si involava senza nessuna difficoltà e poi, giunto al limite dell’area avversaria, pescava con passaggi millimetrici – la sua specialità erano i cross “a pelo d’erba” i fortunati compagni di squadra, che dovevano spesso soltanto limitarsi a spingere il pallone in fondo al sacco.
Lo Scudetto e il sogno europeo
Funzionava alla grande: la Fiorentina perse soltanto una partita, l’ultima contro il Genoa, si appuntò il tricolore sul petto e l’anno successivo, dopo aver eliminato nell’ordine Norrköping, Grasshoppers e Stella Rossa raggiunse la finale della Coppa dei Campioni, prestigioso torneo continentale nato appena l’anno precedente.
Si giocava al Santiago Bernabeu di Madrid, e l’avversario era il temibile Real Madrid di Muñoz, Gento, Kopa e Di Stefano. Uno squadrone, che però la Fiorentina, proprio grazie alla calma e alla classe di Julinho, sentiva di poter sconfiggere. Infatti la gara si rivelò più equilibrata del previsto, e vide la Viola cadere soltanto nel finale per un episodio controverso.
Al 69′ Mateos si involò verso la porta viola e fu steso da Magnini, un fallo avvenuto chiaramente fuori area che però l’arbitro olandese Horn sanzionò con un calcio di rigore. Di Stefano dal dischetto riuscì a superare Sarti, e pochi minuti più tardi Gento approfittò di una Fiorentina sbilanciata alla ricerca del pari per colpire e chiudere la gara sul 2-0. Il sogno continentale finiva così.
La saudade e il rientro in Brasile
In campionato la Fiorentina arrivò seconda dietro al Milan, il contratto biennale di Julinho terminò e l’asso brasiliano, di cui era nota la saudade, tornò da dove era venuto: per convincerlo a giocare un altro anno ancora in maglia viola il presidente Befani dovette appendersi al telefono e trattare a oltranza.
Alla fine Julinho si convinse, deliziò ancora per un anno il pubblico fiorentino (con la squadra che centrò nuovamente un beffardo secondo posto) e poi finalmente tornò in Brasile. In patria avrebbe concluso la carriera soltanto molti anni dopo, nel 1967 ormai 38enne, indossando la maglia del Palmeiras, conquistando un campionato e numerosi tornei statali.
Lasciò Firenze con uno score di tutto rispetto: 98 presenze, 23 reti messe a segno, assist di cui si è perso il conto, uno Scudetto vinto, due secondi posti e una Coppa dei Campioni sfiorata. Esempio di correttezza in campo e fuori, nel 1958 aveva rifiutato la convocazione nel Brasile che avrebbe vinto per la prima volta i Mondiali in Svezia.
Il commissario tecnico Vicente Feola aveva scelto di convocare soltanto giocatori del campionato brasiliano, ma per Julinho avrebbe fatto un’eccezione non vedendo un’ala destra alla sua altezza. Fu lui a dire di no: non gli sembrava giusto godere di alcun privilegio, e altri giocatori avrebbero meritato una chance.
Julinho e la Fiorentina, amore eterno
Un gesto che la dice lunga sull’uomo e che forse cambia la storia del calcio, visto che al suo posto il Brasile schiererà il fenomenale Garrincha, “l’angelo dalle gambe storte” che forse non avrebbe avuto occasione di esplodere tanto fragorosamente e che ancora oggi viene considerato l’unico nel suo ruolo che è stato superiore al grande Júlio Botelho – ma si parla di un giocatore che per tanti brasiliani è stato superiore anche a Pelé.
I tre anni a Firenze però sono stati forti, intensi, sia per i tifosi viola – che a lungo lo rimpiangeranno e sempre ne conserveranno un ricordo eccezionale – sia per lo stesso campione: in pochi lo sanno, ma dopo essere finalmente tornato a casa Julinho proverà sempre nostalgia per l’Italia, per la Fiorentina, per Firenze e i fiorentini.
Quando scompare nella sua casa di São Paulo, il 10 gennaio del 2003 all’età di 73 anni, si scopre che Julinho non ha mai dimenticato la Fiorentina e i suoi tifosi, facendo dipingere di viola le pareti della sua stanza e disponendo che al funerale, oltre alle bandiere di Portuguesa e Palmeiras, venga deposto sulla sua bara anche un labaro viola.
La dimostrazione che fu vero amore, quello tra questo straordinario campione e Firenze. Un amore che da contratto si concluse dopo appena tre anni ma che indubbiamente, nel cuore e nell’anima, durerà per sempre.
Júlio Botelho, Julinho
- Nato a: San Paolo (Brasile) il 29 luglio 1929
- Morto a: San Paolo (Brasile) il 10 gennaio 2003
- Ruolo: ala
- Squadre di club: Portuguesa, Fluminense, Fiorentina, Palmeiras
- Trofei conquistati: Torneo Rio-San Paolo 1952, 1955, 1965, Torneo Paulista 1959, 1963, 1966, Serie A 1955/1956, Campionato Brasiliano 1960